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23/06/2022 - LA VITA CASALESE
Non è solo colpa del clima

L'Italia ha sete, e non è una novità. Eppure l'Italia, la stessa Italia, periodicamente finisce sott'acqua. Certo, il cambiamento climatico ci ha messo del suo nel creare una situazione che, oggi, è davvero drammatica per buona parte dello Stivale. Ma, accanto alle bizze del clima, negli anni, molto hanno concorso negli anni la disattenzione della politica e delle istituzioni, l'indifferenza un po' di tutti noi. Per questo, oltre a correre ai ripari per affrontare e superare l'emergenza di questi giorni, è necessario riprendere a pensare (e fare) investimenti importanti per raccogliere l'acqua quando c'è e, tra l'altro, gestirla meglio quando occorre. Dove occorra spendere è subito chiaro. Da un lato in nuovi bacini idrici che possano funzionare da scorte nei periodi sempre più frequenti di gran secco. Dall'altro, in una manutenzione della rete irrigua e soprattutto idrica che, davvero, pare fare acqua in modo preoccupante. Secondo l'Istat, la rete di tubi che porta acqua potabile nelle nostre case perde oggi circa il 37% del volume immesso. Con situazioni diversificate, certo, lungo lo Stivale. Ma non per questo consolanti. Così, se a Milano pare vada perso circa il 15% dell'acqua immessa, ad Aosta circa il 30%, a Napoli si arriva quasi al 40, a Palermo oltre al 40%, a Cagliari si sfiora il 60%. A dire le cose chiare è Pierluigi Claps, che insegna costruzioni idrauliche al Politecnico di Milano, che spiega: I livelli di siccità di questo trimestre nel bacino del Po sono resi preoccupanti dalla quasi totale assenza di precipitazioni in- vernali. Le poche riserve idriche nivali si sono in parte trasferite nelle falde idriche e questo pare finora sopperire alle esigenze potabili. Ma soprattutto: In situazioni così critiche è doveroso chiedersi se possiamo ancora permetterci di gestire le risorse idriche pensando di essere ricchi' d'acqua. Gestione attiva delle falde idriche, con ricarica forzata, e riuso di acque reflue in agricoltura dovrebbero essere linee di azione urgenti. E servirebbe maggiore coraggio con gli invasi artificiali: da soli non bastano, come abbiamo visto, ma possono integrare strategicamente le altre misure strutturali. È quello che avviene in contesti regionali ben più avvezzi alle grandi carenze idriche. Investimenti, quindi, strutturali, cioè permanenti e non certo di emergenza. Che, tra molti ma con grande autorevolezza, chiede l'Anbi e cioè l'associazione che raccoglie e coordina tutti i consorzi irrigui e di bonifica in Italia. Che precisa subito come il "problema acqua non sia solo agricolo, ma anche urbano e più in generale ambientale. L'analisi, condotta su due serie storiche distinte (1990 e 2000) nel nostro Paese condotta dall'Osservatorio Anbi sulle Risorse Idriche, spiega una nota dell'Ente, evidenza che circa il 70% della superficie della Sicilia presenta un grado medio-alto di vulnerabilità ambientale; seguono: Molise (58%), Puglia (57%), Basilicata (55%). Sei regioni (Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania) presentano una percentuale di territorio a rischio desertificazione, compresa fra il 30% e il 50%, mentre altre 7 (Calabria, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Veneto e Piemonte) sono fra il 10% ed il 25%. La conclusione dell'associazione è semplice e quasi lapidaria: Di fronte ai cambiamenti climatici servono urgenti interventi infrastrutturali per la resilienza dei territori non solo affermazioni di principio. Occorrono naturalmente soldi, e molti, che in una certa parte potrebbero arrivare anche dal Pnrr. E che gli stessi protagonisti della filiera dell'acqua parrebbero disposti ad investire. Le imprese dei servizi pubblici dell'acqua, dell'ambiente, dell'energia elettrica e del gas in Italia (rappresentante da Utilita-lia), hanno dichiarato in questi giorni di essere pronte a mettere in campo investimenti per circa 11 miliardi di euro nei prossimi 5 anni. Si tratta di serbatoi, nuovi approvvigionamenti, riutilizzo delle acque reflue, riduzione delle dispersioni e interconnessioni tra acquedotti. In attesa, appunto, degli investimenti e delle grandi opere, rimane comunque la realtà di questi giorni che Coldiretti, Confagricol-tura e Cia-Agricoltori Italiani continuano a descrivere con dovizia di particolari e che si può sintetizzare in un taglio netto della produzione che, a seconda delle aree, può arrivare anche ad oltre il 70%. Con tutto quello che ne può conseguire per tutti noi. Andrea Zaghi (SIR)